Verità, sapere e potere

Conoscenza e verità sono su due piani differenti: la seconda non è unica e non è il punto di arrivo della prima. Come dice Nietzsche

La verità non è […] qualcosa che esista e che sia da trovare, da scoprire, ma qualcosa che è da creare e che dà il nome a un processo, anzi a una volontà di soggiogamento, che di per sé non ha mai fine: introdurre la verità, come un processus in infinitum, un attivo determinare, non un prendere coscienza di qualcosa che sia “in sé” fisso e determinato. È una parola per la “volontà di potenza”.

Verità non è dunque qualcosa da scoprire, ma è un prodotto che dona il proprio nome all’intero processo dei rapporti tra le volontà di sapere e di potenza.

Da questo deriva una considerazione importante: la verità è solamente un evento frutto della volontà e così pure il soggetto, a causa dell’ “artificialità” dello schema conoscitivo soggetto-oggetto. Foucault non intende rinunciare all’idea di verità, ma proporre una concezione nuova del termine. Questo lo si può constatare dall’impegno politico e sociale di cui il filosofo si era fatto carico, senza mai rinunciare a dire cosa, secondo la sua opinione, fosse vero. E’ l’atteggiamento tipico di Socrate e Diogene che, con la loro parrhesia, sconvolgono la società in cui vivono mettendo in discussione i fondamenti (che non sono null’altro che effetti delle relazioni di potere) su cui poggia la stessa polis. Dalle stesse parole di Foucault:

Non è esattamente l’atteggiamento dell’εποχή, dello scetticismo, della sospensione di tutte le certezze o di tutte le posizioni tetiche della verità. È un atteggiamento che consiste, in primo luogo, nel dirsi che nessun potere va da sé […], che nessun potere, per conseguenza, merita di essere accettato fin dall’inizio.

Come accennato prima, sapere e potere sono intimamente legati. Essi sono strumento ed effetto del dominio sull’uomo, il cui sistema prevede al suo interno l’uomo come un oggetto in un campo epistemico.
Il sapere-potere non ha solamente una funzione repressiva. Se fosse capace solamente di “dire no”, perderebbe la forza che rappresenta il suo nome. La caratteristica più importante del potere è che, disciplinando, oltre a creare obbedienza produce il reale, ovvero il sapere sul corpo e dunque l’identità dell’individuo.
Un esempio eclatante è quello ripreso da Foucault nei tre volumi sulla “storia della sessualità”; è un tema da sempre al centro di molte discipline: religione, psicologia, pedagogia, medicina, psichiatria ne hanno parlato, hanno costruito un certo sapere intorno alla sessualità che contestualmente ha modellato le menti. Il soggetto è dunque tale poiché assoggettato al potere.

Il potere non è localizzabile in un luogo unico e preciso, come potrebbe essere il potere istituzionalizzato. Esso coincide invece con la molteplicità dei rapporti di forza che si intrecciano. Il potere è relazione di forze tra individui e la società ne è l’insieme. Questa nasce dalla continua situazione di scontro e assoggettamento tra volontà di potere poiché l’uomo è un essere polemico prodotto da queste stesse forze.
L’azione del potere non è confinata nelle alte sfere della politica, bensì è radicata nel corpo. Qui, a livello della biopolitica si ha il vero controllo e dominio nella gestione e trasformazione della vita stessa in modo capillare.

il potere è dappertutto perché viene da ogni dove.

Al polo opposto della relazione di potere sta la resistenza. Il dominio esercitato sul corpo incontra il proprio limite in essa, senza la quale non potrebbe però nemmeno esistere: nel rapporto di potenza sono presenti due parti che cercano di sopraffarsi a vicenda; se una smette di agire, svanisce anche il rapporto, il quale si trasforma in passiva obbedienza unilaterale. La resistenza è dunque un’alternativa alla pressione del potere, sebbene rischi spesso di fare il suo stesso “gioco”. Date le caratteristiche del “biopotere”, essa si può configurare solo come resistenza locale e circoscritta, come ricerca delle pratiche di libertà che permettano un “ri-soggettamento” e non siano passivo assoggettamento.

Link correlati:

http://figuredelpotere.altervista.org/commento_foucault.php
http://rebstein.wordpress.com/2013/02/03/foucault-pensare-la-storia-della-verita-con-nietzsche/

Politicità del gesto etico-estetico

La malafede è un errore logico e non morale: sapere che questo modo di comportarsi con se stessi e gli altri è falso dovrebbe riportarci a terra e comprendere quanto sia importante prendersi cura di ciò che facciamo. Questo è necessario non per motivi egoistici, ma perché il gesto è sempre un gesto etico, estetico e politico.

Qualunque gesto è

  • etico, in quanto esplorazione e ricerca delle pratiche di libertà;
  • estetico, in quanto lo stesso gesto è espressione di una pratica esteriore, di un lavoro artistico su di sé
  • politico, in quanto il controllo su noi stessi, l’ enkrateia, è anche controllo sugli altri, sia cura di sé sia cura dell’altro. Questo è possibile in quanto il potere che cerchiamo di elaborare come nostro effetto permea le relazioni che intratteniamo, ovvero la rete di cui siamo nodi.

Ogni azione è etica, estetica e politica a causa della nostra posizione nel mondo: non esiste un vero e proprio soggetto, ma un sé che viene creato dagli effetti esterni, dal potere che agisce su di noi. Nella resistenza e nell’elaborazione degli effetti di potere, nell’esercizio ascetico possiamo riuscire ad afferrare il nostro diritto alla metamorfosi.

Etopoiesi: per una cura di sé – il vero

Una distinzione importante da conoscere è quella tra etica e morale.
Se la morale è l’insieme di valori, norme, costumi di un determinato gruppo di uomini, l’etica è la branca filosofica che si propone di studiare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. L’etica risponde a un’esigenza soggettiva di discernere male e bene e la sua grandezza sta nel ricercare i criteri per gestire la propria libertà individuale.

In questo spazio di libertà si insinua l’etopoiesi, letteralmente la costruzione dell’ethos. Questo termine indica la cura di sé, la pratica spirituale, contrapposta alla pura conoscenza teoretica della filosofia dalla quale si emancipa in una prassi individuale e comunitaria al tempo stesso. Essa è esperienza che trasforma, un andare oltre se stessi nel ricercare il vero e far sì che questo ci traduca in altro.

Come ho detto precedentemente, io sono le mie espressioni (linguistiche e non). ciò che conta sono le mie pratiche. il vero che incontriamo nell’ askesis è quindi quello dell’esperienza comune, quello pratico e attuato solamente in una apertura condivisa. Il vero è ciò che avviene nello spazio dell’ incontro.