Il rapporto soggetto-verità

Riporto da questo link un interessante saggio sul rapporto che intercorre tra soggetto e verità nelle ricerche di Foucault. In una breve disamina, l’autore coglie i passaggi fondamentali dello studio sul progressivo distacco tra conoscenza di sé (gnothi seauton) e cura di sé (epimeleia heautou), dalla prima filosofia al momento cartesiano e kantiano. Lo sforzo foucaultiano sta nel tentare di restituire il legame tra accesso alla verità e lavoro su di sé e sostenere la non-originarietà della nozione di soggetto inteso in senso cartesiano-sartriano. Il filosofo francese è per la riabilitazione dell’idea freudiana di un “soggetto” storicamente determinato e prodotto. Come si dice nel breve saggio,

A seguire la via indicata da Foucault il soggetto assume piuttosto e forse soprattutto la configurazione di un luogo, sicuramente non originario, in cui saperi, norme, leggi, pratiche di assoggettamento, politiche eccetera si incrociano e danno vita e forma a quella che è una «condizione», una condizione che è certo anche configurabile al presente, la nostra «condizione» in quanto appunto «condizionati», proprio perché soggetti, soggetti la cui genealogia non può servirsi di saperi del tutto trasparenti, autoreferenziali o definitivi.

Nella conclusione del saggio si dedica dello spazio alla tesi secondo cui lo stesso Foucault non si sia del tutto emancipato dal ricorrente “momento cartesiano”, spesso dipinto come puramente negativo ma in cui lui stesso ricade.

Fabio Polidori – Dipartimento di Filosofia – Università di Trieste

Le verità di Foucault

Per parlare, o forse meglio, per tentare di dire alcune cose intorno alla questione «soggetto e verità» ho scelto un testo – alcuni testi, in realtà, ma su uno in particolare cercherò di concentrarmi – di Michel Foucault. Il testo che ho scelto si intitola L’ermeneutica del soggetto (1) ed è la trascrizione del corso tenuto da Foucault al Collège de France nell’anno 1981-1982. Per la precisione e per amore di dettaglio, va detto che le lezioni vanno dal 6 gennaio al 24 marzo 1982 e sono state trascritte dalle registrazioni e con l’aiuto degli appunti che Foucault era solito preparare.

Questa di prendere in considerazione, per un ciclo di interventi che si intitola «Soggetto e verità», uno degli ultimi testi, una delle ultime ricerche di Foucault non è certo un’idea particolarmente geniale, dato che sappiamo molto bene che proprio a questo tema, alla questione del soggetto, alla questione della verità e soprattutto al rapporto tra verità e soggetto, Foucault ha lavorato pressoché esclusivamente nelle sue ultime ricerche e con ancora maggiore intensità proprio in questo corso. E quindi, incoraggiato oltretutto da una certa dose di pigrizia, ho deciso di sfruttare il più possibile una notevolissima quantità di indagini e di informazioni sicuramente disponibili e facilmente raggiungibili. E così, già da subito, sono riuscito a semplificarmi notevolmente la vita, dato che in questo corso Foucault in definitiva non parla di altro se non appunto che del rapporto tra soggetto e verità. Aggiungo soltanto una precisazione, forse per la maggior parte di noi superflua, e cioè che, come negli altri suoi lavori di quel periodo, Foucault prende in considerazione quasi esclusivamente testi e autori dell’antichità, sia greca che romana, e dei primi secoli dell’era cristiana. Motivo, questo, che non è affatto estrinseco rispetto a quella che mi sembra essere la strategia complessiva di Foucault; una strategia che non mira soltanto a una ricognizione di come stavano le cose circa il soggetto e la verità tanti anni or sono, ma che vuole rendere ragione di un cambiamento, di una trasformazione, di un passaggio – o di una serie di trasformazioni e di passaggi – per Foucault particolarmente significativi. Si tratta infatti di svariati passaggi, ma uno in particolare mi sembra contenere in sé una serie di questioni. E i due termini di questo passaggio, o di questa modulazione, che coinvolge il rapporto tra soggettività e verità, ma che per così dire risulta interna al modo di concepirsi o di intendersi una sorta di pratica della verità, questi due termini sono indicati dalle espressioni gnothi seauton, «conosci te stesso», il famoso precetto dell’oracolo delfico, e epimeleia heautou, «cura di se stessi», «cura di sé», la cura sui dei latini, nozione decisamente meno famosa (oggi) dell’altra ma che, come Foucault ha modo di ricostruire, si trovava molto spesso accoppiata al precetto dell’oracolo. E qui possiamo entrare se non proprio decisamente nella questione, almeno in quello che è il preambolo della questione sollevata da Foucault, e che lui stesso indica con queste parole:

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Nulla ethica sine aesthetica. Come si costruisce un’etica?

Nulla ethica sine aesthetica

Nulla ethica sine aesthetica

Nulla ethica sine aesthetica.

Questo è il mantra che mi sto ripetendo da qualche mese a questa parte. In realtà avevo incontrato queste parole in un viaggio a Madrid, senza però pensare troppo al loro significato. Vidi questa scritta, la fotografai e per il momento la cosa si perse. Non immaginavo cosa avrebbe voluto dire per me solamente qualche mese dopo.

La costruzione della propria etica, della propria condotta di vita, che ogni giorno deve essere messa al vaglio critico e sottoposta alla prova dell’esistenza, è una prassi estetica. Questo accade poiché oggetto dell’etica è la pratica esteriore, più in generale lo stile.
Darsi il proprio stile è il coincidere della filosofia con la vita ed è un’arte, una attività tecnica, artigianale, che permette di lavorare sulla propria materia. Non si dà un’etica senza un’estetica del sé, che permetta di modellarci e di dare alla nostra vita il senso dell’opera. Questo può darsi perché l’esistenza è da considerarsi come un effetto, un prodotto di un’arte delle superfici.

Etopoiesi: per una cura di sé – il vero

Una distinzione importante da conoscere è quella tra etica e morale.
Se la morale è l’insieme di valori, norme, costumi di un determinato gruppo di uomini, l’etica è la branca filosofica che si propone di studiare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. L’etica risponde a un’esigenza soggettiva di discernere male e bene e la sua grandezza sta nel ricercare i criteri per gestire la propria libertà individuale.

In questo spazio di libertà si insinua l’etopoiesi, letteralmente la costruzione dell’ethos. Questo termine indica la cura di sé, la pratica spirituale, contrapposta alla pura conoscenza teoretica della filosofia dalla quale si emancipa in una prassi individuale e comunitaria al tempo stesso. Essa è esperienza che trasforma, un andare oltre se stessi nel ricercare il vero e far sì che questo ci traduca in altro.

Come ho detto precedentemente, io sono le mie espressioni (linguistiche e non). ciò che conta sono le mie pratiche. il vero che incontriamo nell’ askesis è quindi quello dell’esperienza comune, quello pratico e attuato solamente in una apertura condivisa. Il vero è ciò che avviene nello spazio dell’ incontro.