L’arte dell’esistenza II – L’atleta dell’evento: attenzione ed esercizio.

Torniamo alla filosofia ellenistica, la quale, a mio parere saggiamente, si sviluppò verso una tecnica dell’ essere e non del semplice conoscere il mondo. Ancora oggi, può trovare spazio nella nostra mente un tanto antica quanto importante idea, secondo la quale la filosofia è atto permanente di orientamento dell’ attenzione. Si intenda, con attenzione, l’atteggiamento psichico di chi è in stato vigile, rivolto verso quei principi che permettono di guardare al mondo con occhi diversi. L’importanza dell’attenzione risiede non tanto nel nucleo teorico osservato, quanto nel continuo rinnovo di essa, nel continuo esercizio a cui si dovrebbe sottoporre la nostra visione delle cose.

Ecco qui l’idea di filosofia come esercizio. Essa non consiste in impianti teorici, bensì in uno stile di vita, un atteggiamento, come insegna lo stesso Seneca: “facere docet philosophia, non dicere” (“la filosofia insegna ad agire, non a parlare”). Questa pratica sulla materia del Sé deve insistere e far sì che la lucidità diventi abitudine. Il pensiero deve diventare parola e la parola deve diventare azione; senza di questa, la filosofia non esiste.
Il filosofo deve insomma diventare un atleta dell’evento, come lo definì Foucault: il suo equipaggiamento (paraskeue) consiste in discorsi (logoi) che egli ha “conficcato” così profondamente in sé da portarli come un abito. Egli ha ottenuto questo risultato con l’esercizio di meditazione, scrittura. Egli ha immagazzinato persuasivi schemi d’azione che non si limitano a essere presenti nella mente; essi dovranno essere così spontanei da apparire come memorizzati dallo stesso corpo.

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Antropopoiesi e scultura di sé

Se si tratta di inventare e costruire umanità, è inevitabile che questa venga “in-corporata”, “in-segnata” sul corpo ovvero che il corpo ne parli, ne sia la manifestazione tangibile, visibile.

Francesco Remotti

Congo, riti di iniziazione dei bambini pigmei di etnia Mbuti. Foto di Randy Olson.

In un post precedente ho tentato di parlare dell’esteticità di qualsiasi operazione su di sé. Poiché l’individuo è solamente una piega del sapere, un ripiegamento del tessuto relazione di sapere-potere, il gesto di colui che coltiva un proprio ethos è simile a quello dell’artigiano; come un’opera d’arte, il nostro abito viene modellato dalla nostra mano procedendo tramite una resistenza che non solo è capace di dire “no!”, ma è anche parte delle relazione di potere, sulle quali riesce ad avere un effetto. Il potere su di sé agisce sulla stessa direzione delle relazioni di dominio. Esistono insomma più possibilità di soggettivazione, le quali passano dall’assoggettamento ai dispositivi di potere alla ri-soggettivazione prodotta dalle pratiche di libertà.
E’ da sottolineare come, tutte queste manifestazioni siano, oltre che etiche, estetiche. La nuova apertura di verità, per essere tale, deve farsi modo di vivere, deve diventare vita di chi la sostiene, e questo, a mio parere, è possibile passando per qualsiasi relazione con l’esterno, anche quella estetica.

Uno splendido esempio di operazione sul materiale umano è la cosiddetta antropopoiesi, concetto che ho potuto conoscere grazie alla lettura di un testo di Francesco Remotti, antropologo con una cattedra alla facoltà di Lettere e filosofia di Torino, intitolato Prima lezione di antropologia.
Non mi soffermerò sul libro (forse lo farò in seguito, chi può dirlo!) che in realtà meriterebbe una menzione più erudita e approfondita della mia, ma cercherò solo di introdurre questo affascinante lato dell’umano.

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Comprendere con il corpo

L’atleta di Fano

Esiste una grande differenza fra il capire e il comprendere. La distanza che intercorre tra i due termini è dovuta alla differente lontananza dall’oggetto che i due verbi presuppongono; cum-prehendere ha un significato etimologico più forte del semplice capere, poiché è un contenere in sé, non solo un prendere. La com-prensione è un’attività piena, come l’immagine stoica della rappresentazione catalettica: un pugno chiuso, fermo, saldo.

Mi rendo conto di conoscere veramente qualcosa solamente nella misura in cui essa entra a far parte della mia vita, come l’atto di respirare: lo faccio naturalmente, senza pensarci. Non sento questa attività come esterna perché è diventata parte di me, come numerose altre.

Il metodo più soddisfacente per imparare è dunque comprendere, ovvero riuscire a memorizzare un atto in modo da farlo diventare un’abitudine. Come insegna Aristotele, virtù è tale solamente se diviene un habitus, un abito che indosso fino a dimenticarlo come altro da me. Areté potrebbe non essere null’altro che una seconda pelle, una veste che aderisce perfettamente all’epidermide.

Questa trasformazione del Sé non può che avvenire mediante la pratica. La domanda è questa: qual è la funzione del mio corpo in tutto questo?
Esso è ciò che siamo di più superficiale e materiale, ma allo stesso tempo è anche la manifestazione più profonda di noi. Infatti, la percezione corporea è il primo dei modi con cui cogliamo l’esterno, è l’azione dei sensi; tuttavia, assimilare una conoscenza in modo quasi totale è prerogativa dello stesso corpo.  E’ come se non solo la mente, ma ogni mio muscolo potesse essere in grado di esercitare una sorta di mnemotecnica, la quale pare oltrepassare la consueta memoria. Quali sono i limiti di questa conoscenza incorporata?

Intorno alla corsa

La vera funzione della corsa è di migliorare, anche solo di poco, entro i limiti che sono stati attribuiti a ciascuno di noi, la combustione delle nostre energie. Al tempo stesso la si può ritenere una metafora della vita – nel mio caso della scrittura – e credo che la maggior parte delle persone che corrono siano d’accordo con me.

Haruki Murakami, L’arte di correre

Ritengo che alcune delle idee che mi frullano nella mente in questo periodo si possano rispecchiare fedelmente in queste parole. La pratica della corsa, abitudine che ho intrapreso da qualche tempo in modo per ora – purtroppo – poco regolare, svolge per me esattamente questa funzione.

Correre sulla lunga distanza mi rende cosciente dei miei limiti. Innanzitutto, essa è un’attività sportiva che si conduce in solitaria, in cui ci si mette in gioco nella totalità di corpo e mente. Questo permette, da una parte, di riflettere sul proprio rapporto interno, sullo scontro-incontro del problematico dualismo cartesiano, dall’altra di esaminare il rapporto esterno intercorrente tra le nostre proprie debolezze e resistenze.
Perché di resistenza si tratta: resistenza a un allenamento costante, solitario, lungo, faticoso; resistenza del corpo, dello spirito e prova di come questi si influenzino a vicenda.
Toccando con mano i limiti fisici e di concentrazione mentale, mi rendo consapevole di essi. Ma non mi fermo qui: come dice bene l’autore che ho citato, la corsa è tentativo di miglioramento della combustione di energia. Se esperisco il mio limite, posso tentare il passo successivo e cercare di modellare in modo differente le energie che ora so di possedere. L’energia resistente è oggetto di un continuo lavorio, che procede a piccolissimi passi ma in modo costante e mirato.
Il podismo è in fin dei conti una affascinante pratica estetica in cui personalmente riesco a vedere, in modo molto più vivo che in altre discipline sportive e non, il lavoro su di sé. E questo non è altro che “una metafora della vita”; una vita vissuta in modo completo è una vita che si mette alla prova, che testa la propria resistenza nel continuo schianto “interno” ed “esterno”.