L’arte dell’esistenza II – L’atleta dell’evento: attenzione ed esercizio.

Torniamo alla filosofia ellenistica, la quale, a mio parere saggiamente, si sviluppò verso una tecnica dell’ essere e non del semplice conoscere il mondo. Ancora oggi, può trovare spazio nella nostra mente un tanto antica quanto importante idea, secondo la quale la filosofia è atto permanente di orientamento dell’ attenzione. Si intenda, con attenzione, l’atteggiamento psichico di chi è in stato vigile, rivolto verso quei principi che permettono di guardare al mondo con occhi diversi. L’importanza dell’attenzione risiede non tanto nel nucleo teorico osservato, quanto nel continuo rinnovo di essa, nel continuo esercizio a cui si dovrebbe sottoporre la nostra visione delle cose.

Ecco qui l’idea di filosofia come esercizio. Essa non consiste in impianti teorici, bensì in uno stile di vita, un atteggiamento, come insegna lo stesso Seneca: “facere docet philosophia, non dicere” (“la filosofia insegna ad agire, non a parlare”). Questa pratica sulla materia del Sé deve insistere e far sì che la lucidità diventi abitudine. Il pensiero deve diventare parola e la parola deve diventare azione; senza di questa, la filosofia non esiste.
Il filosofo deve insomma diventare un atleta dell’evento, come lo definì Foucault: il suo equipaggiamento (paraskeue) consiste in discorsi (logoi) che egli ha “conficcato” così profondamente in sé da portarli come un abito. Egli ha ottenuto questo risultato con l’esercizio di meditazione, scrittura. Egli ha immagazzinato persuasivi schemi d’azione che non si limitano a essere presenti nella mente; essi dovranno essere così spontanei da apparire come memorizzati dallo stesso corpo.

Comprendere con il corpo

L’atleta di Fano

Esiste una grande differenza fra il capire e il comprendere. La distanza che intercorre tra i due termini è dovuta alla differente lontananza dall’oggetto che i due verbi presuppongono; cum-prehendere ha un significato etimologico più forte del semplice capere, poiché è un contenere in sé, non solo un prendere. La com-prensione è un’attività piena, come l’immagine stoica della rappresentazione catalettica: un pugno chiuso, fermo, saldo.

Mi rendo conto di conoscere veramente qualcosa solamente nella misura in cui essa entra a far parte della mia vita, come l’atto di respirare: lo faccio naturalmente, senza pensarci. Non sento questa attività come esterna perché è diventata parte di me, come numerose altre.

Il metodo più soddisfacente per imparare è dunque comprendere, ovvero riuscire a memorizzare un atto in modo da farlo diventare un’abitudine. Come insegna Aristotele, virtù è tale solamente se diviene un habitus, un abito che indosso fino a dimenticarlo come altro da me. Areté potrebbe non essere null’altro che una seconda pelle, una veste che aderisce perfettamente all’epidermide.

Questa trasformazione del Sé non può che avvenire mediante la pratica. La domanda è questa: qual è la funzione del mio corpo in tutto questo?
Esso è ciò che siamo di più superficiale e materiale, ma allo stesso tempo è anche la manifestazione più profonda di noi. Infatti, la percezione corporea è il primo dei modi con cui cogliamo l’esterno, è l’azione dei sensi; tuttavia, assimilare una conoscenza in modo quasi totale è prerogativa dello stesso corpo.  E’ come se non solo la mente, ma ogni mio muscolo potesse essere in grado di esercitare una sorta di mnemotecnica, la quale pare oltrepassare la consueta memoria. Quali sono i limiti di questa conoscenza incorporata?