“La bellezza è un enigma”

“E’ difficile dare un giudizio sulla bellezza; non sono ancora preparato. La bellezza è un enigma.”

F. Dostoevskij, L’idiota

Annunci

La leggerezza

Un uso saggio della distanza emotiva.

i discutibili

Qualche anno fa ero uso trovarmi in auto tra le 8,30 e le 9 del mattino, ed ero un fedele ascoltatore di Golem. In realtà non è qualche anno, ne sono undici per l’esattezza, ché doveva essere il 2002, probabilmente. Golem era una trasmissione cult di Radio 1 Rai, che parlava di televisione ma anche di costume. Era condotta da Gianluca Nicoletti, che riempiva la trasmissione di acume e genialità. Ricordo la sua stigmatizzazione del “caso umano”, figura che iniziava ad affacciarsi nelle trasmissioni televisive di allora. Si trattava del poveraccio di turno chiamato a raccontare la sua storia con l’obiettivo di impietosire il “pubblico a casa”. Nicoletti ne fece un’esegesi memorabile. So che esegesi non è il termine appropriato, lo uso perché una delle caratteristiche di Nicoletti e di Golem era quella di trattare i mezzi di comunicazione moderni alla stregua di testi, e di qui l’estensione del termine.

View original post 777 altre parole

L’arte dell’esistenza II – L’atleta dell’evento: attenzione ed esercizio.

Torniamo alla filosofia ellenistica, la quale, a mio parere saggiamente, si sviluppò verso una tecnica dell’ essere e non del semplice conoscere il mondo. Ancora oggi, può trovare spazio nella nostra mente un tanto antica quanto importante idea, secondo la quale la filosofia è atto permanente di orientamento dell’ attenzione. Si intenda, con attenzione, l’atteggiamento psichico di chi è in stato vigile, rivolto verso quei principi che permettono di guardare al mondo con occhi diversi. L’importanza dell’attenzione risiede non tanto nel nucleo teorico osservato, quanto nel continuo rinnovo di essa, nel continuo esercizio a cui si dovrebbe sottoporre la nostra visione delle cose.

Ecco qui l’idea di filosofia come esercizio. Essa non consiste in impianti teorici, bensì in uno stile di vita, un atteggiamento, come insegna lo stesso Seneca: “facere docet philosophia, non dicere” (“la filosofia insegna ad agire, non a parlare”). Questa pratica sulla materia del Sé deve insistere e far sì che la lucidità diventi abitudine. Il pensiero deve diventare parola e la parola deve diventare azione; senza di questa, la filosofia non esiste.
Il filosofo deve insomma diventare un atleta dell’evento, come lo definì Foucault: il suo equipaggiamento (paraskeue) consiste in discorsi (logoi) che egli ha “conficcato” così profondamente in sé da portarli come un abito. Egli ha ottenuto questo risultato con l’esercizio di meditazione, scrittura. Egli ha immagazzinato persuasivi schemi d’azione che non si limitano a essere presenti nella mente; essi dovranno essere così spontanei da apparire come memorizzati dallo stesso corpo.

Verso un’altra filosofia critica

Riporto un interessante stralcio di saggio in cui mi sono imbattuto per ricerche personali. Il tema è il movimento dell’ultimo Foucault “verso un’altra filosofia critica”, che sia in grado di non essere meramente negativa. Il filosofo getta uno sguardo alle tecniche del sé della Grecia antica. Egli procede al recupero degli insegnamenti stoici e cinici non già per riproporle come soluzioni al moderno – impossibile risolvere le problematiche attuali con risposte antiche – ma per impadronirsi di un ricordo, «come esso balena nell’istante del pericolo». Le antiche filosofie delle scuole socratiche finiscono per diventare mezzo di sopravvivenza tra i pericoli del mondo contemporaneo, pervaso di biopolitica, per via del loro oggetto comune: la cura di sé e la trasfigurazione della propria umanità.

Verso un’altra filosofia critica

L’analisi delle diverse tecniche del sé messe in atto nei differenti processi o modi attivi di soggettivazione ha permesso a Foucault di «ricollocare il soggetto all’interno del campo storico delle pratiche e dei processi entro cui egli non ha smesso di trasformarsi» [36]. Essa, ripercorrendo la storia di ciò che siamo, mostrandoci la provenienza del materiale da cui siamo costituiti, segna certamente i nostri limiti, ma, nello stesso tempo, insegna che il sé non è un dato originario, che tale dato è al contrario solo un’Erfindung, come sosteneva Nietzsche, un fabbricato, un’invenzione, e di conseguenza il sé non è se non una creazione di volta in volta differente elaborata e prodotta in un’epoca specifica come risposta agli specifici problemi che quell’epoca sollevava [37]. Il sé è un materiale con cui lavorare per creare, foggiare se stessi, è il materiale attivo e duttile per una poiesis. Esso non preesiste ma, stoffa relazionale di noi stessi, di volta in volta, diviene. Foucault era affascinato da quest’idea di poter creare il sé come un’opera d’arte.

Continua a leggere

AL LAGO

A chi non è mai successo? Quando si pensa al sensibile, a quanto è stupefacente il bello che si sente, che si prova sulla pelle, ci si perde. Si perde se stessi, la propria individualità tra i riverberi del bello materiale “come l’acqua di un lago fra l’erba alta”. Favolosa citazione.

I Fotolavori di Stephy

AL LAGO

“Quando la mente è attratta dagli oggetti dei sensi e di continuo vi pensa, la coscienza si perde come l’acqua di un lago fra l’erba alta.”

(B. Purāna)

View original post

Antropopoiesi e scultura di sé

Se si tratta di inventare e costruire umanità, è inevitabile che questa venga “in-corporata”, “in-segnata” sul corpo ovvero che il corpo ne parli, ne sia la manifestazione tangibile, visibile.

Francesco Remotti

Congo, riti di iniziazione dei bambini pigmei di etnia Mbuti. Foto di Randy Olson.

In un post precedente ho tentato di parlare dell’esteticità di qualsiasi operazione su di sé. Poiché l’individuo è solamente una piega del sapere, un ripiegamento del tessuto relazione di sapere-potere, il gesto di colui che coltiva un proprio ethos è simile a quello dell’artigiano; come un’opera d’arte, il nostro abito viene modellato dalla nostra mano procedendo tramite una resistenza che non solo è capace di dire “no!”, ma è anche parte delle relazione di potere, sulle quali riesce ad avere un effetto. Il potere su di sé agisce sulla stessa direzione delle relazioni di dominio. Esistono insomma più possibilità di soggettivazione, le quali passano dall’assoggettamento ai dispositivi di potere alla ri-soggettivazione prodotta dalle pratiche di libertà.
E’ da sottolineare come, tutte queste manifestazioni siano, oltre che etiche, estetiche. La nuova apertura di verità, per essere tale, deve farsi modo di vivere, deve diventare vita di chi la sostiene, e questo, a mio parere, è possibile passando per qualsiasi relazione con l’esterno, anche quella estetica.

Uno splendido esempio di operazione sul materiale umano è la cosiddetta antropopoiesi, concetto che ho potuto conoscere grazie alla lettura di un testo di Francesco Remotti, antropologo con una cattedra alla facoltà di Lettere e filosofia di Torino, intitolato Prima lezione di antropologia.
Non mi soffermerò sul libro (forse lo farò in seguito, chi può dirlo!) che in realtà meriterebbe una menzione più erudita e approfondita della mia, ma cercherò solo di introdurre questo affascinante lato dell’umano.

Continua a leggere