Antropopoiesi e scultura di sé

Se si tratta di inventare e costruire umanità, è inevitabile che questa venga “in-corporata”, “in-segnata” sul corpo ovvero che il corpo ne parli, ne sia la manifestazione tangibile, visibile.

Francesco Remotti

Congo, riti di iniziazione dei bambini pigmei di etnia Mbuti. Foto di Randy Olson.

In un post precedente ho tentato di parlare dell’esteticità di qualsiasi operazione su di sé. Poiché l’individuo è solamente una piega del sapere, un ripiegamento del tessuto relazione di sapere-potere, il gesto di colui che coltiva un proprio ethos è simile a quello dell’artigiano; come un’opera d’arte, il nostro abito viene modellato dalla nostra mano procedendo tramite una resistenza che non solo è capace di dire “no!”, ma è anche parte delle relazione di potere, sulle quali riesce ad avere un effetto. Il potere su di sé agisce sulla stessa direzione delle relazioni di dominio. Esistono insomma più possibilità di soggettivazione, le quali passano dall’assoggettamento ai dispositivi di potere alla ri-soggettivazione prodotta dalle pratiche di libertà.
E’ da sottolineare come, tutte queste manifestazioni siano, oltre che etiche, estetiche. La nuova apertura di verità, per essere tale, deve farsi modo di vivere, deve diventare vita di chi la sostiene, e questo, a mio parere, è possibile passando per qualsiasi relazione con l’esterno, anche quella estetica.

Uno splendido esempio di operazione sul materiale umano è la cosiddetta antropopoiesi, concetto che ho potuto conoscere grazie alla lettura di un testo di Francesco Remotti, antropologo con una cattedra alla facoltà di Lettere e filosofia di Torino, intitolato Prima lezione di antropologia.
Non mi soffermerò sul libro (forse lo farò in seguito, chi può dirlo!) che in realtà meriterebbe una menzione più erudita e approfondita della mia, ma cercherò solo di introdurre questo affascinante lato dell’umano.

Come dice il termine stesso, antropopoiesi sta ad indicare tutti quei processi di “costruzione dell’umano”. La parola designa le pratiche e quindi gli interventi culturali attraverso i quali gli uomini tendono ad emanciparsi dalla loro condizione naturale (a volte percepita come un vuoto, altre volte come un qualcosa di troppo). In questo insieme rientrano le più svariate tecniche, dette mode antropopoietiche, che vanno dalle più esteriori ad altre molto più invasive. Per questo motivo si passa attraverso una serie di categorizzazioni sicuramente non esaustiva di pratiche: abbigliamento, toilette, pittura del corpo, azioni sulla pelle e sui tessuti muscolari, modifica della struttura ossea e inserimento di corpi estranei nei tessuti, fino ad arrivare ai tagli profondi e alla chirurgia genitale, senza dimenticare i diversi regimi alimentari e i trattamenti dei cadaveri.

Se si guarda questo fenomeno più da vicino, si scoprirà che in fondo l’intervento culturale non aggiunge nulla all’individuo, bensì sottrae la possibilità scartata al momento di una scelta. Poiché non si può costruire senza scartare, poiché la creazione di un “noi” è spesso accompagnata dalla recinzione che ci divide dall’ “altro da noi”, l’antropopoiesi è un procedimento che procede scartando tipi di umanità irrealizzati. Questa immagine è molto suggestiva e mi ricorda l’idea della creazione di una statua: senza partire da canoni artistici a priori, lo scultore procede con perizia nella sottrazione di marmo dal blocco che intende trasformare mediante uno scalpello. La più primitiva delle azioni che possono forse dirsi umane è un’azione estetica di incorporamento di una certa idea, di un in-segnamento sul corpo, il quale diventa blocco di marmo e tela.

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2 thoughts on “Antropopoiesi e scultura di sé

  1. De Martino parla invece di ethos del trascendimento (più carico di implicazioni e sviluppi di indagine), e ogni ethos ha una sua relativa bellezza. Il mio ad esempio è quello Marxista.
    Poi bisognerebbe parlare di Carmelo Bene che riprendendo un pò Nietzsche esortava a smettere di far capolavori e di essere piuttosto dei capolavori.
    Personalmete penso alla mia antropopoiesi che, però, è sopratutto intellettuale. E’ veramente fantastica e ne vado orgoglioso: ha matrici nella dialettica Hegeliana.
    Ma, c’è un ma…
    Se penso a me bimbo che non volevo andare a scuola, che non avevo voglia di studiare e di leggere. Se penso a me primo adolescente che sceglievo l’istituto tecnico sopratutto perché non volevo avere a che fare minimamente con le lettere e la filosofia…
    Bé un certo grado di violenza l’ho compiuta per questa mia antropopoiesi.
    Per quanto sia plastico il corpo e capace di incorporare le più svariate lingue, personalità, nozioni; queste, comunque, appaiono dei tracciati, dei binari di un treno, dei passaggi semi obbligati.

    Concludo dicendo che cultura è colonizzazione (una delle etimologie inventate da CB) ponendomi così completamente fuori dai giochi.
    Io mi occupo del modo per potercene disfare tutti un giorno.

    • Sono d’accordo con l’idea di Nietzsche (e Carmelo Bene) che riporti. L’impegno deve essere sulla materia personale, è bene esortare a “farsi” capolavori. Le mie letture spaziano tra Nietzsche e Foucault, ultimamente, e ne sono abbastanza condizionato.
      Ho riportato quel che mi aveva colpito del libro di Remotti per rilevare come questa tendenza culturale ed estetica al plasmare l’umano sia diffusa e radicata a tutti i livelli.
      Ho letto un articolo sul tuo blog in cui citavi l’ethos del trascendimento e mi ha molto attirato, dovrò interessarmi di più. Spero di poterne leggere ancora anche sul tuo blog, a questo punto :)

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