Impegnamoci!

Una vita che non metta alla prova se stessa non merita di essere vissuta.

Platone, Apologia, 38a

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Comprendere con il corpo

L’atleta di Fano

Esiste una grande differenza fra il capire e il comprendere. La distanza che intercorre tra i due termini è dovuta alla differente lontananza dall’oggetto che i due verbi presuppongono; cum-prehendere ha un significato etimologico più forte del semplice capere, poiché è un contenere in sé, non solo un prendere. La com-prensione è un’attività piena, come l’immagine stoica della rappresentazione catalettica: un pugno chiuso, fermo, saldo.

Mi rendo conto di conoscere veramente qualcosa solamente nella misura in cui essa entra a far parte della mia vita, come l’atto di respirare: lo faccio naturalmente, senza pensarci. Non sento questa attività come esterna perché è diventata parte di me, come numerose altre.

Il metodo più soddisfacente per imparare è dunque comprendere, ovvero riuscire a memorizzare un atto in modo da farlo diventare un’abitudine. Come insegna Aristotele, virtù è tale solamente se diviene un habitus, un abito che indosso fino a dimenticarlo come altro da me. Areté potrebbe non essere null’altro che una seconda pelle, una veste che aderisce perfettamente all’epidermide.

Questa trasformazione del Sé non può che avvenire mediante la pratica. La domanda è questa: qual è la funzione del mio corpo in tutto questo?
Esso è ciò che siamo di più superficiale e materiale, ma allo stesso tempo è anche la manifestazione più profonda di noi. Infatti, la percezione corporea è il primo dei modi con cui cogliamo l’esterno, è l’azione dei sensi; tuttavia, assimilare una conoscenza in modo quasi totale è prerogativa dello stesso corpo.  E’ come se non solo la mente, ma ogni mio muscolo potesse essere in grado di esercitare una sorta di mnemotecnica, la quale pare oltrepassare la consueta memoria. Quali sono i limiti di questa conoscenza incorporata?