Enchiridion: da portarsi in mano

A questo punto può essere spiegato il titolo di questo blog, ovvero Enchiridion.
Letteralmente questa parola significa “da portarsi in mano”, “manuale”. Questa scelta ha almeno due sensi importanti:

  • ciò che scrivo qui sono pagine di riflessioni da non dimenticare, che vengono appuntate per stare in una mano in modo ordinato e non disperse nella confusione della mia mente.
  •  stando in una mano, queste parole possono sempre restare con me. Anzi, devono restare con me perché hanno importanza pratica nel quotidiano. Tutto ciò che scrivo qui ha una importanza fondamentale, ha effetti pratici e concreti su ciò che sono e faccio.

Questa idea non è per nulla originale, ma scaturisce da personali riflessioni su un antico tentativo di redazione di un vero e proprio manuale verso cui sono debitore: è il Manuale di Epitteto, un famosissimo classico della letteratura stoica di cui consiglio la lettura. Questo testo ha trapassato il corso dei secoli interessando miriadi di intellettuali; tra loro amo ricordare Leopardi, il quale ne curò un’edizione in volgare.

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Politicità del gesto etico-estetico

La malafede è un errore logico e non morale: sapere che questo modo di comportarsi con se stessi e gli altri è falso dovrebbe riportarci a terra e comprendere quanto sia importante prendersi cura di ciò che facciamo. Questo è necessario non per motivi egoistici, ma perché il gesto è sempre un gesto etico, estetico e politico.

Qualunque gesto è

  • etico, in quanto esplorazione e ricerca delle pratiche di libertà;
  • estetico, in quanto lo stesso gesto è espressione di una pratica esteriore, di un lavoro artistico su di sé
  • politico, in quanto il controllo su noi stessi, l’ enkrateia, è anche controllo sugli altri, sia cura di sé sia cura dell’altro. Questo è possibile in quanto il potere che cerchiamo di elaborare come nostro effetto permea le relazioni che intratteniamo, ovvero la rete di cui siamo nodi.

Ogni azione è etica, estetica e politica a causa della nostra posizione nel mondo: non esiste un vero e proprio soggetto, ma un sé che viene creato dagli effetti esterni, dal potere che agisce su di noi. Nella resistenza e nell’elaborazione degli effetti di potere, nell’esercizio ascetico possiamo riuscire ad afferrare il nostro diritto alla metamorfosi.

Nulla ethica sine aesthetica. Come si costruisce un’etica?

Nulla ethica sine aesthetica

Nulla ethica sine aesthetica

Nulla ethica sine aesthetica.

Questo è il mantra che mi sto ripetendo da qualche mese a questa parte. In realtà avevo incontrato queste parole in un viaggio a Madrid, senza però pensare troppo al loro significato. Vidi questa scritta, la fotografai e per il momento la cosa si perse. Non immaginavo cosa avrebbe voluto dire per me solamente qualche mese dopo.

La costruzione della propria etica, della propria condotta di vita, che ogni giorno deve essere messa al vaglio critico e sottoposta alla prova dell’esistenza, è una prassi estetica. Questo accade poiché oggetto dell’etica è la pratica esteriore, più in generale lo stile.
Darsi il proprio stile è il coincidere della filosofia con la vita ed è un’arte, una attività tecnica, artigianale, che permette di lavorare sulla propria materia. Non si dà un’etica senza un’estetica del sé, che permetta di modellarci e di dare alla nostra vita il senso dell’opera. Questo può darsi perché l’esistenza è da considerarsi come un effetto, un prodotto di un’arte delle superfici.