“L’uomo è ciò che fa”

In fondo, ognuno può parlare solo di se stesso.
Nel momento in cui si lavora su qualcosa, si pensa, si scrive, allo stesso tempo inscriviamo noi stessi in ciò che facciamo. Lo sforzo che si produce, l’attrito del nostro fare va ad intaccare  la superficie dell’oggetto in questione e lo trasforma in qualcosa che porta la nostra traccia.  Quando agisco in questo modo nei confronti dei concetti spesso mi dimentico che quelle parole scaturite dalla mia penna sono io stesso.
In questo senso posso dire che ogni volta che mi esprimo, sotto qualunque forma di espressione (la scrittura, la conversazione, l’artigianato, la danza, ecc.) io dico me stesso.

Forse, facendo un passo ulteriore, si può addirittura dire che io sono quelle espressioni e nient’altro. Se devo parlare al presente e nella pratica del vero, io sono quei segni nero su bianco, non quello che penso o quello che ho dentro.
Piegando un’idea di Sartre, credere che tutte le aspirazioni irrealizzate nel nostro interno siano più importanti di ciò che siamo fuori, nella realtà esteriore, è solamente un esercizio di malafede. Malafede sarebbe dunque sia misconoscere ciò che si è, idealizzandoci in una maniera artificiosa.
L’uomo è ciò che fa”.

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