Logos e Bios

Logos e Bios, due termini greci densissimi di significato che nella loro complessità travalicano le banali traduzioni di pensiero e vita.
Ciò su cui voglio soffermarmi in questo momento non è però questo loro intrigante aspetto singolare – su cui si potrebbero scrivere pagine e pagine – bensì la loro relazione.

Le nostre parole, il nostro pensiero non sono nulla se rimangono inattuati.
E’ necessario che, banalmente parlando, non ci si fermi ai propositi ma ci si situi nell’apertura dell’azione. Facendo una riflessione più acuta, potremmo dire che  parola e vita devono coincidere. Questo è possibile facendo proprio l’atteggiamento di Diogene e prima di lui di Socrate, ovvero esercitare la parresia. Non basta dire il vero: a livello politico, è importante frequentare ed esercitare il vero nella nostra stessa vita. Ciò a cui aspiro è fare qualcosa della mia vita, dimostrare con essa ciò che vado dicendo. Sono io stesso l’apertura, il luogo in cui scopro la relazione nel quale poter inverare ciò che penso.

Enchiridion: da portarsi in mano

A questo punto può essere spiegato il titolo di questo blog, ovvero Enchiridion.
Letteralmente questa parola significa “da portarsi in mano”, “manuale”. Questa scelta ha almeno due sensi importanti:

  • ciò che scrivo qui sono pagine di riflessioni da non dimenticare, che vengono appuntate per stare in una mano in modo ordinato e non disperse nella confusione della mia mente.
  •  stando in una mano, queste parole possono sempre restare con me. Anzi, devono restare con me perché hanno importanza pratica nel quotidiano. Tutto ciò che scrivo qui ha una importanza fondamentale, ha effetti pratici e concreti su ciò che sono e faccio.

Questa idea non è per nulla originale, ma scaturisce da personali riflessioni su un antico tentativo di redazione di un vero e proprio manuale verso cui sono debitore: è il Manuale di Epitteto, un famosissimo classico della letteratura stoica di cui consiglio la lettura. Questo testo ha trapassato il corso dei secoli interessando miriadi di intellettuali; tra loro amo ricordare Leopardi, il quale ne curò un’edizione in volgare.

Politicità del gesto etico-estetico

La malafede è un errore logico e non morale: sapere che questo modo di comportarsi con se stessi e gli altri è falso dovrebbe riportarci a terra e comprendere quanto sia importante prendersi cura di ciò che facciamo. Questo è necessario non per motivi egoistici, ma perché il gesto è sempre un gesto etico, estetico e politico.

Qualunque gesto è

  • etico, in quanto esplorazione e ricerca delle pratiche di libertà;
  • estetico, in quanto lo stesso gesto è espressione di una pratica esteriore, di un lavoro artistico su di sé
  • politico, in quanto il controllo su noi stessi, l’ enkrateia, è anche controllo sugli altri, sia cura di sé sia cura dell’altro. Questo è possibile in quanto il potere che cerchiamo di elaborare come nostro effetto permea le relazioni che intratteniamo, ovvero la rete di cui siamo nodi.

Ogni azione è etica, estetica e politica a causa della nostra posizione nel mondo: non esiste un vero e proprio soggetto, ma un sé che viene creato dagli effetti esterni, dal potere che agisce su di noi. Nella resistenza e nell’elaborazione degli effetti di potere, nell’esercizio ascetico possiamo riuscire ad afferrare il nostro diritto alla metamorfosi.

Nulla ethica sine aesthetica. Come si costruisce un’etica?

Nulla ethica sine aesthetica

Nulla ethica sine aesthetica

Nulla ethica sine aesthetica.

Questo è il mantra che mi sto ripetendo da qualche mese a questa parte. In realtà avevo incontrato queste parole in un viaggio a Madrid, senza però pensare troppo al loro significato. Vidi questa scritta, la fotografai e per il momento la cosa si perse. Non immaginavo cosa avrebbe voluto dire per me solamente qualche mese dopo.

La costruzione della propria etica, della propria condotta di vita, che ogni giorno deve essere messa al vaglio critico e sottoposta alla prova dell’esistenza, è una prassi estetica. Questo accade poiché oggetto dell’etica è la pratica esteriore, più in generale lo stile.
Darsi il proprio stile è il coincidere della filosofia con la vita ed è un’arte, una attività tecnica, artigianale, che permette di lavorare sulla propria materia. Non si dà un’etica senza un’estetica del sé, che permetta di modellarci e di dare alla nostra vita il senso dell’opera. Questo può darsi perché l’esistenza è da considerarsi come un effetto, un prodotto di un’arte delle superfici.

Etopoiesi: per una cura di sé – il vero

Una distinzione importante da conoscere è quella tra etica e morale.
Se la morale è l’insieme di valori, norme, costumi di un determinato gruppo di uomini, l’etica è la branca filosofica che si propone di studiare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. L’etica risponde a un’esigenza soggettiva di discernere male e bene e la sua grandezza sta nel ricercare i criteri per gestire la propria libertà individuale.

In questo spazio di libertà si insinua l’etopoiesi, letteralmente la costruzione dell’ethos. Questo termine indica la cura di sé, la pratica spirituale, contrapposta alla pura conoscenza teoretica della filosofia dalla quale si emancipa in una prassi individuale e comunitaria al tempo stesso. Essa è esperienza che trasforma, un andare oltre se stessi nel ricercare il vero e far sì che questo ci traduca in altro.

Come ho detto precedentemente, io sono le mie espressioni (linguistiche e non). ciò che conta sono le mie pratiche. il vero che incontriamo nell’ askesis è quindi quello dell’esperienza comune, quello pratico e attuato solamente in una apertura condivisa. Il vero è ciò che avviene nello spazio dell’ incontro.

“L’uomo è ciò che fa”

In fondo, ognuno può parlare solo di se stesso.
Nel momento in cui si lavora su qualcosa, si pensa, si scrive, allo stesso tempo inscriviamo noi stessi in ciò che facciamo. Lo sforzo che si produce, l’attrito del nostro fare va ad intaccare  la superficie dell’oggetto in questione e lo trasforma in qualcosa che porta la nostra traccia.  Quando agisco in questo modo nei confronti dei concetti spesso mi dimentico che quelle parole scaturite dalla mia penna sono io stesso.
In questo senso posso dire che ogni volta che mi esprimo, sotto qualunque forma di espressione (la scrittura, la conversazione, l’artigianato, la danza, ecc.) io dico me stesso.

Forse, facendo un passo ulteriore, si può addirittura dire che io sono quelle espressioni e nient’altro. Se devo parlare al presente e nella pratica del vero, io sono quei segni nero su bianco, non quello che penso o quello che ho dentro.
Piegando un’idea di Sartre, credere che tutte le aspirazioni irrealizzate nel nostro interno siano più importanti di ciò che siamo fuori, nella realtà esteriore, è solamente un esercizio di malafede. Malafede sarebbe dunque sia misconoscere ciò che si è, idealizzandoci in una maniera artificiosa.
L’uomo è ciò che fa”.

Citazione

Il diavolo sta nell’ozio

Parlando da un punto di vista teologico – si faccia attenzione, poiché io parlo di rado da teologo – fu Dio stesso che, terminato il suo compito, si mise, in forma di serpente, sotto l’albero della conoscenza: cercava così sollievo dall’essere Dio… Aveva reso tutto troppo bello… Il diavolo è solo l’ozio di Dio ogni settimo giorno…

F. Nietzsche